Il decreto di Marzo, convertito in legge, aveva dato due anni in più all’Agenzia delle Entrate per emettere atti di liquidazione ed avvisi di accertamento e, in buona sostanza, per controllare le posizioni fiscali dei contribuenti. A fronte di una sospensione dell’attività dell’Agenzia di qualche mese, si erano allungati i tempi di controllo di due anni.

Una sproporzione che non è passata inosservata ai più, i quali non hanno mancato di evidenziarla e che è stata rimossa in sede di conversione del decreto. Ad agitare le acque c’era stata l’audizione del Direttore dell’Agenzia medesima, il quale aveva spiegato che quel provvedimento è “a tutela dei contribuenti”, poiché senza l’Agenzia “non può diluire gli invii” degli atti in un periodo più lungo, consentendo ai soggetti interessati di superare la crisi.

In assenza delle proroga, l’Agenzia avrebbe dovuto notificare 8,5 milioni di cartelle ed atti entro Giugno, in concomitanza con la ripresa della maggior parte delle attività.

Insomma, pareva che ci si rammaricasse di dove notificare ai contribuenti, terminato il periodo di sospensione, un numero così imponente di atti. C’è però da osservare che parliamo di atti in scadenza a prescindere dall’emergenza epidemiologica in atto, la quale naturalmente non ha inciso sui numeri.

In secondo luogo, eccezion fatta per i termini infrannuali in scadenza (ad esempio, registro), i termini scadono, salvo rarissime eccezioni, il 31 dicembre 2020, dunque non si tratta, necessariamente, di attività complessivamente imminenti, da compiere ancora in una situazione di emergenza, come lascia invece trasparire il Direttore facendo riferimento esplicitamente ad attività da porre in essere già dal 1° giugno.

Adesso, quantomeno, tale termine sarà differito a non prima di Settembre. Certo è che le premesse di un rapporto fondato sulla collaborazione fra istituzioni e cittadino sono state un po’ messe in secondo piano.

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