La nascita del nuovo governo è stata anticipata, novità questa inedita, almeno per quella che è la recente tradizione politica italiana, dalla stesura di un “contratto di governo” tra due delle principali forze politiche.
Il documento, reso pubblico da qualche giorno, contiene un intero capitolo dedicato alle misure fiscali che il nuovo esecutivo è intenzionato a porre in essere.
L’intento è quello di agire su più livelli prevedendo, da un lato, una ridefinizione del rapporto tra fisco e contribuente con maggiori garanzie per quest’ultimo.
Pertanto, si punta sulla semplificazione degli adempimenti fiscali, sull’abolizione del principio dell’inversione dell’onere della prova .
Ma il vero punto cardine su cui dovrebbe ruotare tutto ciò sta in due parole che, da un po’ di giorni, si sentono richiamare sempre più spesso: “flat tax”.

Vediamo di capirne qualcosa di più.

Si vuole introdurre la tassazione basata sulla flat tax o “tassa piatta”.
Tale concetto, leggendo quanto scritto nel “contratto”, assume piuttosto i contorni di una vera e propria riforma fiscale caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta, in armonia con i principi costituzionali.
Le aliquote fisse a cui si pensa sono due – 15% e 20% – valide per tutti e, quindi, sia per le partite IVA e le imprese che per le persone fisiche e le famiglie.
Per queste ultime, però, dovrebbe essere prevista una deduzione fissa di 3.000 euro sulla base del reddito familiare.
L’intento, comunque, è quello di non arrecare alcun svantaggio alle classi a basso reddito, per le quali resta confermato il principio della “no tax area”, nonché in generale di non introdurre alcun trattamento fiscale penalizzante rispetto all’attuale regime fiscale (quindi, ci dovrebbe essere una clausola di salvaguardia).
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