Clienti italiani citano Credit Suisse per mancato risparmio fiscale

Economia, Finanza, Fisco, Italia

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Mentre la Procura della Repubblica di Milano si appresta a contestare la responsabilità degli enti (Dlgs 231/2001) a Credit Suisse nella vicenda delle polizze vita “Unit Linked” – utilizzate negli scorsi anni per aggirare l’euroritenuta – molti investitori italiani scelgono le vie legali contro la banca per “mancata chance” di risparmio fiscale.

La vicenda ha inizio nel dicembre 2014 quando, dopo che la Gdf aveva acquisito in un ufficio di Milano l’elenco dei contribuenti con polizza “Bermuda”, l’Agenzia aveva inviato 1.300 inviti ai sospetti evasori fiscali. L’operazione contro il tempo (si veda «Il Sole 24 Ore» dell’11 febbraio 2015) si chiuse tre giorni prima dell’entrata in vigore della legge sulla voluntary disclosure, ed ebbe per effetto di impedire ai destinatari di accedere alla sanatoria fiscale.

Assorbito il colpo, vale a dire l’estromissione definitiva dai benefici della “Vd”, decine di clienti in questi ultimi mesi si sono organizzati, passando al contrattacco contro Credit Suisse e chiedendo alla Pretura di Lugano di ingiungere alla banca di rivelare se – in quei giorni caldi di dicembre – il nome del cliente fosse già noto all’autorità fiscale italiana. Lo schema è chiaro: se Credit Suisse sapeva del blitz della Gdf, aveva l’obbligo di diligenza contrattuale di avvisare il cliente, per permettergli quantomeno di prevenire l’ulteriore danno derivante dall’indagine penal/fiscale (la Vd avrebbe infatti sanato anche gli illeciti penal/tributari, almeno sul versante del cliente). E, ancor prima, la banca dovrebbe essere ritenuta responsabile – secondo i legali di molti clienti – della mancata diligenza nel conservare fuori dalla portata del fisco italiano quei documenti così compromettenti, che invece furono sequestrati nel cuore della city milanese.

Questo strascico di “ex” paradiso fiscale (la Svizzera è parzialmente uscita dalla black list italiana giusto un anno fa) non è del resto una novità nella Confederazione: «All’epoca della lista Falciani – dice l’avvocato luganese Paolo Bernasconi – la Finma (la Consob svizzera, ndr) aveva censurato il comportamento negligente di Hsbc, creando il presupposto per la rivendicazione civilistica. Oggi lo scenario è molto simile». I clienti italiani, si apprende in ambienti giudiziari luganesi, stanno depositando decine di citazioni contro Credit Suisse per la restituzione della differenza tra le sanzioni più interessi pagate e quello che avrebbero invece risparmiato aderendo alla Vd.

Ma i grattacapi per il colosso bancario svizzero non finirebbero qui. La Procura di Milano sta valutando – secondo alcune fonti lo avrebbe già fatto – se coinvolgere l’istituto nelle vicende penali delle Unit Linked, contestando la responsabilità (penale) della legge 231/2001. Dalle mail interne in possesso degli investigatori sembra chiaro che la banca convinse molti clienti a firmare i contratti in frode al fisco assicurando che dalle polizze Bermuda sarebbe sparito il loro nominativo, sostituito da quello della compagnia di assicurazione. Un comportamento di ostacolo alla vigilanza antiriciclaggio che la stessa Finma elvetica censurò con due comunicazioni formali (9/2010 e 18/2010); dal 1° gennaio scorso la nuova Convenzione di diligenza prevede addirittura l’obbligo di allestire il formulario di trasparenza “I” (insurance wrapper). Il conto della 231 potrebbe essere salatissimo, non solo in termini reputazionali.

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