Finisce oggi la procedura di collaborazione volontaria, si stringe il cerchio contro l’evasione internazionale

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Il segreto bancario è andato sgretolandosi in questi anni di crisi economica e finanziaria sotto la pressione dei Governi occidentali alle prese con l’erosione delle risorse pubbliche. La “tolleranza” verso modelli di pianificazione aggressiva, piani di ottimizzazione tributaria quando non di fenomeni di vera e propria fuga dei capitali all’estero, che drenano tra i 100 e 240 miliardi di dollari l’anno, in termini di gettito totale dai redditi di impresa, è stata spazzata via dallo scoppio dello scandalo dei mutui subprime e dal default di Lehman Brothers nell’autunno del 2008.
Da quel momento, mutuando sistemi di mappatura dei flussi di denaro attivati dopo l’11 settembre a fini anti-terrorismo e anti-riciclaggio, gli Stati Uniti hanno ingaggiato una lotta senza quartiere contro l’evasione internazionale, con a ruota i principali paesi dell’Unione europea. Gli Usa infatti il 17 gennaio 2012 hanno emanato la normativa Fatca (Foreign account tax foreign act), frutto di un procedimento avviato un paio di anni prima e preannunciato al G20 di Londra del 2009. L’obiettivo è quello di fermare l’evasione fiscale dei contribuenti americani, obbligando tutti gli intermediari finanziari stranieri a identificare e segnalare all’Irs (l’autorità fiscale di Washington) i clienti statunitensi.
L’Italia ha sottoscritto con gli Usa un accordo intergovernativo per recepire questa disciplina il 10 gennaio 2014. Disciplina entrata in vigore in Italia, così come negli altri Paesi che hanno aderito a intese bilaterali con gli Stati Uniti, tra cui Svizzera, Regno Unito, Germania, dal 1° luglio 2014.

Nel febbraio 2014, gli esperti dell’Organizzazione per il commercio e lo sviluppo, pubblicano il Crs (Common reporting standard), basato sull’impianto Usa del Fatca. Si tratta di un modello multilaterale che sostanzialmente punta a consentire l’identificazione e la segnalazione dei conti finanziari detenuti da non residenti alle rispettive autorità nazionali in modalità automatica. Attualmente sono 127 gli Stati che si sono dichiarati disponibili – in particolare al G20 di Brisbane del 2014 e più recente a Bridgetown nell’ottobre 2015 – a censire in modo uniforme le informazioni fiscali relative a soggetti non residenti mettendole a disposizione dello Stato terzo.

A livello europeo, sempre dal 1° gennaio 2016 (salvo Austria dal 1° gennaio 2017), avverrà uno scambio di informazioni sulla base della direttiva 2011/16/Ue esteso anche a tipologie reddituali come redditi da lavoro dipendente, compensi, prodotti assicurativi eccetera, diverse da quelle finanziarie, superando così la precedente e assai limitata Direttiva Risparmio.
La tensione con le multinazionali del web, che ha visto negli ultimi mesi la messa in stato d’accusa di giganti come Apple e Google, ha portato all’elaborazione, sempre in ambito Ocse, del progetto «Beps» (Base Erosion and Profit Shifting) approvato il 16 novembre scorso dal G-20 di Antalya, in Turchia.
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